PROLOGO

Non è male, per una neo-scuola di Counseling quale è la nostra SiPGI Marche, cominciare con il primo diplomando e con la prima tesi finale discussa a cui viene riconosciuta la dignità di stampa. A dire il vero, c'era da aspettarselo perché Giovanni Varagona non è proprio un neofita, in quanto da anni respira l'aria dello studio e della formazione in ambito pedagogico, comunicativo e relazionale e contemporaneamente del lavoro fatto sul campo come animatore ed educatore. E quando l'una cosa richiama inscindibilmente l'altra, si crea una feconda e rara condizione che riesce a far dialogare la teoria con la prassi, la ricerca con la pratica, e quindi costruire un sapere globalmente inteso nella sua dimensione cognitiva, esperienziale e relazionale. Questo è quanto si coglie in questo suo lavoro di tesi, ulteriormente approfondito e arricchito. Come lui stesso afferma nel racconto dell'esperienza, il percorso del master in Gestalt Counseling gli ha permesso l'approfondimento di alcune tematiche relative al ciclo del contatto emotivo ed esperienziale e da queste ha costruito una metodologia educativa (attenzione, non solo un metodo) applicata alla catechesi dei ragazzi. Dentro tale metodologia c'è tutto. L'ipotesi di partenza, e cioè che all'annuncio della fede, che spesso non funziona, non può mancare un coinvolgimento organismico dell'individuo che tenga conto della testa, cioè del sapere, ma anche del cuore e della pancia, cioè dei sentimenti e delle emozioni affinché l'esperienza sia "a tutto tondo" e coinvolga la persona tutt'intera. Poi c'è la costruzione di un modello operativo che, a partire dal Ciclo del Contatto Gestaltico, si costruisce e si snoda dentro il pensare e il fare catechesi. Modello che ha sperimentato per un anno intero con alcuni bambini e alcuni educatori con importanti risultati, almeno sul piano dell'interesse suscitato, della stabilità della presenza, della volontà di mantenere uno contatto relazionale, nel tradurre in vita ed esperienza l'annuncio evangelico, anzi dal partire da esse. A guardar bene questo è un periodo molto fecondo, non solo perché il Papa ha invitato in modo esplicito alla sperimentazione catechetica, ma perché egli stesso è così tanto amato (anche dai non credenti) in quanto capace di comunicare la sua fede facendo vibrare sia la ragione (che ha avuto sempre una parte preponderante nell'annuncio, sostanzialmente la dottrina), ma anche sentimenti ed emozioni. Così come ha fatto Gesù con i suoi Apostoli, con i quali ha condiviso un'esperienza e una compagnia, non solo un sapere. A Giovanni, di certo, non mancano le pregresse ed anche attuali frequentazioni. Mi riferisco alla scuola che è stata per molti di noi l'Azione Cattolica dei Ragazzi e lo Scoutismo, realtà dove da molto tempo si è coniugata l'intuizione del oramai vecchio, ma sempre profetico, Documento Base della catechesi, che insiste sul valore e sulla necessità del fare esperienza e del protagonismo che, in fondo, è il medesimo concetto Gestaltico della responsabilità. Per ultimo, questo lavoro è stato "setacciato" attraverso la raccolta di dati, diremmo dei risultati, aspetto che mi auguro possa essere maggiormente validato con numeri più grandi. Quindi è forte l'invito a sperimentare per verificare se questa intuizione e questa metodologia raggiunge veramente gli obiettivi che si propone.
Due parole, infine, sul connubio tra counseling e catechesi. Intanto mi piace la sperimentazione e cioè la possibilità che il sapere di questa nuova (ma neanche tanto) disciplina possa dare luce ad altri settori della conoscenza. Credo fortemente nell'integrazione e nella permeabilità dei vari saperi che possono non solo essere multi e inter, ma soprattutto transdisciplinari. Tra l'altro il counseling, così giovane, almeno sul piano professionale, ha bisogno di costruire un suo statuto epistemologico. Ben vengano, allora, tutti i possibili contributi per la sua definizione, ricerca e sperimentazione dei campi di azione, quindi applicabilità ed anche autonomia. E, per concludere, come non essere d'accordo che un percorso di catechesi ben fatto non può essere un indottrinamento, ma un progetto che diventa processo esistenziale in cui si viene agevolati a prendere consapevolezza, senza nessuna forzatura, ma nel rispetto dei modi e dei tempi dell'altro che rimane al centro del medesimo processo. E su questo, quanto devono cambiare anche i catechisti, gli educatori, gli animatori ritornando al loro essere capaci di "trarre fuori" quello che già esiste nell'altro ed anche "dare anima", talvolta "ri-animare" quello che si è spento o, peggio ancora, è stato fatto spegnere. Counseling e catechesi, in fondo, dovrebbero volere la medesima cosa, cioè che l'altro sia agevolato a star bene aiutandolo a ritrovare in se stesso e nelle relazioni con gli altri e con l'Altro, il senso della propria esistenza che è fatta di tante cose. Certamente di fisico, di psichico, di razionale, di emotivo, di relazionale e sociale ed anche, e non per ultimo, di spirituale.
Sono sicuro che questa pubblicazione farà parlare di sé e mi auguro che possa essere un primo tassello di un processo di rinnovamento necessario e da più parti sentito, nella viva speranza di vederlo svolgersi.

Eugenio Lampacrescia, Pedagogista, Counselor, Logopedista, Presidente SiPGI Marche